SU COHONE 'E VRORES

SU COHONE ‘E VRORES

Nella parlata locale viene chiamato “Su Cohone ‘e Vrores” il pane dedicato alla festa dei fiori, ossia la primavera. Preparato in occasione della festa di San Giovanni Battista, viene confezionato da un’artigiana, per conto della “Società San Giovanni Battista”. Si tratta di una complessa elaborazione composta da una focaccia di forma circolare (40 cm. di diametro e una decina di centimetri di spessore), sulla quale vengono infilati dei bastoncini di canna che reggono 160 “pugiones” (uccelli) e cinque “puddas” (galline). Al centro della composizione si trova il nido (cinque centimetri di diametro) decorato con dei chicchi di grano finto e con sopra tre “pugioneddos” (uccellini). Attorno al nido, vi sono quattro “puddas”, una delle quali porta sul dorso un “pugioneddu”. Il tutto è costituito da un impasto di acqua di sorgente con semola molto fina, miele, “su pistíddu” (mandorle grattugiate), manteca (composto di sostanze grasse fra le quali il burro). Per la sua preparazione occorrono cinque o sei mesi di lavorazione, oltre a una grande abilità e maestria.
Vengono inoltre confezionati ulteriori 150 “pugioneddos” riposti in due cesti, che “Su Cassieri” distribuirà ai cavalieri presenti alla processione di San Giovanni Battista, ai soci, alle autorità, ai parenti ed amici, agli ammalati in segno di gratitudine.
La prima uscita pubblica de “Su Cohone” avviene alcuni giorni prima della festa, quando un piccolo corteo con in testa “Su Giuraeddu” (un ragazzino che tiene “Sa Pandela”) e composto da “Su Comitau”, da parenti e amici stretti della famiglia del “cassiere”, parte dalla Chiesa di San Giovanni Battista, dopo la novena, per giungere poi nell’abitazione dell’artigiana che consegnerà “Su Cohone” al nuovo cassiere per essere portato e custodito a casa sua. Il giorno della festa, sempre in processione, “Su Cohone” viene trasferito in chiesa per essere benedetto dal sacerdote appena prima della solenne Minsa ‘antada (Messa cantata).
Durante la processione, prima del simulacro di San Giovanni esso sarà portato a braccia esclusivamente dal cassiere e dagli altri soci che gli daranno il cambio durante il tragitto.
Al termine della processione i cavalieri di S’Istangiartu riportano “Su Cohone” in casa del cassiere. Questi onora i cavalieri con il dono de “Su Puggioneddu”, i quali orgogliosamente, correranno le pariglie tenendolo stretto fra i denti.
“Su Cohone” verrà scomposto il 29 agosto, “Santu Giuvanni Isconcau” ricorrenza del martirio del Patrono di Fonni. La tradizione prevede che “Su Nidu” spetti al cassiere, mentre la gallina che ha sul dorso “Su Pugioneddu” spetta a “Sa Giurada”, le altre due galline vanno, una al Presidente del Comitato festeggiamenti, al vicepresidente, al Parroco di San Giovanni e a “Su Giuraeddu”, mentre “Sos Puggiones” saranno distribuiti fra i componenti del Comitato e tra tutti coloro che, in diverso modo, hanno contribuito alla buona riuscita della festa.
Le origini e il significato di questo pane votivo e dei riti ad esso legati restano però ancora avvolte nel mistero.
La leggenda, giunta fino ai nostri giorni e che i vecchi le raccontano con dovizia di particolari, narra che nel 1865, anno tremendo per i contadini e per i pastori di Fonni a causa di una invasione di “viviciris” (cavallette) che distrusse le colture di grano e orzo, la popolazione stremata chiese l’intercessione del Santo Patrono.
Tutto fu inutile, e le stesse benedizioni dei campi da parte dei sacerdoti non produssero gli effetti sperati. Nella disperazione si fece ricorso a tutto, anche alle pratiche magico-religiose. In Barbagia, aveva fama di “maiargiu” (mago) un certo Predi Murru, un prete che andava in giro per gli ovili a chiedere l’elemosina; costui, chiamato dai fonnesi, giunse in groppa al suo asinello nel centro barbaricino per benedire le campagne del paese, invase dalle cavallette. Nella zona di “’Arpile”, tra “S’Alinu” e “Pithu ‘e Monte”, a pochi chilometri da Fonni, secondo il racconto, si svolse il rito che produsse i suoi effetti: sparirono le cavallette, ma sfortunatamente sparirono anche molte specie di uccelli: “sos isturros”, “truddos” e “taculas”, stornelli, tordi e taccole; si salvarono per fortuna “sos cucos” (cuculi) e i nidi degli uccelli scomparsi con le uova dentro, da covare. I cuculi prepararono allora un grande nido nel quale accogliere e covare tutte le uova delle altre specie. Anche i contadini, preoccupati per il nefasto avvenimento, diedero una mano nel trasportarvi le uova incustodite,
Fu così che il primo uovo a schiudersi fosse di storno, e al primo volo “su puggioneddu” si posò sul dorso del cuculo. In seguito si schiusero le altre uova e la campagna si ripopolò di nuovo con uccellini di tante specie.
Da quel giorno la vita riprese il suo cammino normale e la terra tornò a produrre le sue messi. L’anno successivo, nel 1866, i contadini confezionarono il primo “Cohone ‘e Vrores”, in ricordo del nido che ridiede la vita agli uccelli e fece rifiorire i campi.
Da quella data in “Sa Die de Vrores”, “Su Cohone” viene portato in processione per sciogliere l’antico voto.